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Università e pubblica amministrazione: partecipazione e innovazione

Fosca Nomis Candidato Sindaco

Fosca Nomis (candidata per il Consiglio Comunale di Torino nel Partito Democratico)

Gli atenei italiani stanno definendo i loro nuovi statuti nel disinteresse dei media e dell’opinione pubblica (ma anche di molti studenti…), che sembrano accorgersi dell’università soltanto quando si parla di baroni e relative famiglie o di occupazioni sui tetti. Si tratta invece di un passaggio decisivo, che ha il potenziale di chiarire ambiguità e sciogliere alcuni dei nodi irrisolti dalla riforma Gelmini. Come trasformare un percorso interno al mondo accademico, che affronta temi squisitamente tecnici e organizzativi, in un processo davvero costituente, che alimenti il dibattito pubblico sul ruolo dell’università nel nostro paese e da questo ne sia orientato? La “parola chiave”, che occorre rivestire di significato e tradurre in pratiche concrete, diventa qui inevitabilmente “partecipazione”.

Questioni quali la struttura dei Corsi di studio o le funzioni dei Dipartimenti richiedono certo competenze tecniche degli “addetti ai lavori”, ma le Commissioni incaricate di elaborare gli statuti potrebbero giovarsi del confronto e del contributo di audizioni di esterni: persone che hanno conseguito il dottorato all’Università o al Politecnico di Torino e che hanno in seguito percorso carriere al di fuori dai confini del mondo accademico o del nostro territorio; singoli soggetti, istituzioni e realtà della società civile che collaborano con l’università, ma anche chi non è ancora riuscito, pur volendo, a stabilire forme di partenariato, per evitare di replicare nell’assetto futuro le pesantezze e limiti del sistema che l’hanno impedito.

L’analisi delle politiche pubbliche da anni si interroga sui processi partecipativi nelle scelte e deliberazioni pubbliche, anche su temi complessi e generalmente riservati agli addetti ai lavori: bilancio partecipato, giurie di cittadini… Le tecnologie del web 2.0 offrono ulteriori strumenti per facilitare e semplificare queste pratiche. Gli spazi per il confronto, - blog e forum sui lavori delle Commissioni statuto, sia istituzionali che privati - sono stati attivati in molte città e università italiane. Ma il dibattito sembra stentare a decollare probabilmente perché in molti percepiscono questi temi come meramente tecnici e organizzativi. Occorre allora chiarire – e credo che il confronto su Piazzastatuto contribuirà a farlo – la rilevanza e la portata più generale di questo passaggio per il futuro dell’università e della sua relazione con la società e il mondo del lavoro, al fine di rilanciare un dibattito il più ampio possibile, partendo ad esempio dalla presentazione e dal confronto pubblico nei prossimi mesi delle due bozze di statuto di Università e Politecnico di Torino.

L’amministrazione pubblica ha non solo il dovere, ma soprattutto l’interesse, a contribuire a questo dibattito. Per questo anche il Comune di Torino deve sviluppare un pensiero strategico per dialogare con il sistema universitario in questa fase di transizione innescata dalla riforma, e oltre. Al di là dei temi tradizionali e rilevanti del rafforzamento di Torino come città universitaria, con le conseguenze in termini di internazionalizzazione del territorio e di ricadute sull’indotto cittadino, credo che la parola chiave attorno a cui ragionare sia in questo caso quella di “innovazione”, declinata in particolare in relazione allo sviluppo sostenibile, all’inclusione sociale e al miglioramento della qualità della vita dei cittadini. L’amministrazione pubblica può e deve diventare uno dei partner strategici della social innovation agenda presentata dal rettore Francesco Profumo in occasione dell’apertura dell’anno accademico: suo compito è quello di ascoltare e recepire i bisogni della società, in termini di sviluppo locale, servizi e assistenza, favorendo l’emergere delle richieste da parte dei cittadini e trasformandola in domanda di innovazione e ricerca.

Per svolgere questa “missione” l’amministrazione dovrebbe diventare promotrice di network of innovation, sul modello delle diverse esperienze europee che mostrano come il punto di discussione si stia spostando verso il modo in cui l’amministrazione locale rende fruibile i servizi e le innovazioni ai cittadini. L’apertura della tecnologia e del “frutto” dell’innovazione alla società è la premessa indispensabile per offrire servizi evoluti alle persone, che rispondano al modello di città moderna che tutti desideriamo: più “facile”, più integrata e più bella. Alla pubblica amministrazione spetta dunque la funzione di contribuire alla costruzione del network, insieme alle università, ma anche a quegli attori che dell’innovazione hanno fatto un motivo di vita (imprese grandi e di nicchia, professionisti, digital opinion leader, etc.).

Ma la tecnologia da sola non basta. Come ricordano anche i delusi dal web a proposito delle rivolte nei paesi arabi, non c’è correlazione automatica tra il ricorso a qualche forma di tecnologia e la conquista di una maggiore sfera di benessere e libertà. Il determinismo tecnologico può spingere a sottovalutare le cause concrete dei problemi e delle trasformazioni sociali. Ecco dunque la necessità di percorsi transdiscipliari, che affrontino le dimensioni sociali, etiche ed epistemologiche dei processi di innovazione tecnologia, coinvolgendo scienze sociali e umanistiche (e quindi rafforzando aggregazioni interateneo e ipotizzandone di nuovi su nuovi temi), quegli ingredienti “not for profit” che, come ricorda Martha Nussbaum, restando indispensabili anche per una cultura d’impresa sana e una crescita economica realmente sostenibile. La politica deve assumersi la responsabilità di sollecitare questo dibattito e ascoltarlo per orientare le scelte concrete in materia di innovazione: verso quale modello di network tendere? Come alimentarlo e, soprattutto, come aprirlo alla società per includere, abilitare e rendere più attrattivi e facili i servizi? Gli strumenti a disposizione non mancano. La semplificazione “innovativa” (modelli di burocrazia facilitata attraverso la diffusione di strumenti digitali), il procurement (indirizzato su proposte con contenuti innovativi sui servizi), lo sviluppo di laboratori a “cielo aperto” (per favorire l’open data e lo sviluppo della digital city) sono solo alcuni esempi di come l’amministrazione può “prendere la mira” e attivare i network di innovazione. L’energia che i network riusciranno ad indurre produrrà, inevitabilmente, nuovi modelli sociali, nuove inclusioni e favorirà lo sviluppo della innovazione come forma di lavoro e come fattore di miglioramento della qualità della vita.


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