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Open Access

Roberto Caso (Università degli Studi di Trento)

collegamento: Maria Chiara Pievatolo, Lettera aperta sull’accesso aperto: i princìpi, "Minima Academica" (blog), 25 febbraio 2011.

In tempi in cui si sente spesso – forse troppo spesso – associare la parola università a quelle di mercato, concorrenza, profitto, classifica (ranking), è bene riportare il fuoco dell’attenzione su ciò che dovrebbe essere il principale compito della ricerca e della formazione accademica: la creazione di conoscenza pubblica. L’aggettivo “pubblico” assume almeno due rilevanti significati. Si ferisce al fatto che la conoscenza non dovrebbe rimanere segreta, privata, esclusiva; allude altresì all’impegno di estendere il più possibile la cerchia delle persone (il pubblico, appunto) messe in grado di fruire dei risultati della ricerca e dell’insegnamento accademici.

Questi obiettivi appaiono connaturati a istituzioni che sono finanziate dal pubblico (cioè dallo Stato), ma la diffusione della conoscenza è una missione anche delle università private. La disseminazione dei risultati della ricerca, in altre parole, è una funzione che identifica il nome e la ragione dell’esistenza dell’università tutta.

La rivoluzione delle tecnologie digitali offre un potente arsenale di strumenti per raggiungere più rapidamente e più efficacemente il compito della creazione di conoscenza pubblica. In questa prospettiva va inquadrato il movimento dell’Open Access (OA). L’OA si sostanzia nella messa a disposizione gratuita su Internet dei dati e dei prodotti della ricerca scientifica. Esso si basa sull’azzeramento delle barriere economico-tecnologiche, nonché sulla riduzione di quelle giuridiche (con particolare riferimento al copyright/diritto d’autore).

Un’ampia letteratura dimostra come l’OA sia economicamente sostenibile ed estremamente vantaggioso in termini di visibilità della ricerca. Questi risultati teorici si riflettono in scelte concrete. Molte istituzioni stanno abbracciando senza remore la logica dell’accesso aperto ai dati e ai prodotti della ricerca, ponendo regole e discipline specificamente dedicate alla materia. Dai National Institutes of Health statunitensi all’Unione Europea (si pensi, da ultimo, al progetto OpenAIRE) fioriscono policies e regolamentazioni che incentivano o, addirittura, obbligano i ricercatori a fare ricorso all’OA.

La stragrande maggioranza delle università italiane ha aderito, tramite la Dichiarazione di Messina, alla Dichiarazione di Berlino sull'accesso aperto alla conoscenza nelle discipline scientifiche e umanistiche del 2003. Molte cose sono state fatte in questi anni grazie all’opera di bibliotecari, ricercatori, editori illuminati (basta dare uno sguardo alle molte policies emanate da università italiane e centri di ricerca italiani). Molte ne rimangono da fare al fine di allineare i nostri atenei ai modelli più avanzati come quello di Harvard.

La scrittura dei nuovi statuti e dei codici etici innescata dalla l. 240/2010 (c.d. riforma Gelmini) costituisce un’occasione preziosa per estendere e rendere ancor più efficace l’Accesso Aperto.

Il Gruppo Open Access della Commissione Biblioteche della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (CRUI) svolge un’opera fondamentale di promozione e orientamento delle attività legate all’Accesso Aperto. In questi giorni lo stesso Gruppo sta proponendo e discutendo l’inserimento di clausole-tipo sull’OA nei nuovi strumenti normativi (statuti e codici etici).

Chi scrive è convinto che occorre stabilire accanto alle dichiarazioni di principio alcune norme che dettino una disciplina operativa utile ad armonizzare l’Accesso Aperto con la proprietà industriale, i diritti d’autore e connessi, la riservatezza e la protezione dei dati personali. Un’idea potrebbe essere quella di inserire negli statuti una clausola che obblighi le università a emanare entro un termine breve un regolamento che contenga la disciplina operativa, nonché le regole e procedure per il deposito dei dati e dei prodotti (tutti) della ricerca scientifica negli archivi istituzionali ad accesso aperto.



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