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Metodo: per la statuizione dell'Università

Alessandro Beria (Politecnico di Torino)

collegamento: intervento di Carlo Olmo del 6 marzo

Nel caso dello Statuto del Politecnico di Torino (http://www.swas.polito.it/_library/downloadfile.asp?id=10367), solo citato all'Art.4.3 - Dipartimenti, e come indicatore di affinità, invece che di sostanziale modalità del conoscere, il 'metodo' si perde nel limbo degli Statuti universitari. Il metodo, erede del proprio etimo (http://www.etimo.it/?term=metodo), è incatenato all'idea di andare indietro per ricercare ed investigare, così perdendo la qualifica, essenzialmente sincronica, di investigare "anche" i prodotti, le relazioni, i modelli concettuali, e quindi le scelte, e non meno quelle relative allo Statuto, del presente.

La "mia" Università deve farsi garante di avvicinare i discenti, e i ricercatori, e non meno i docenti, ad un metodo che si renda concreto oggetto di riflessione e di ricerca all'interno delle strutture che erediteranno i caratteri propri dei Dipartimenti e delle Facoltà, come Legge 240/2010 va 'a tendere'. Anche in altri statuti (per esempio si confronti: http://www.uniroma1.it/documenti/regolamenti/statuto.pdf) il metodo è destituito del suo valore, conoscitivo e distintivo, e mistificato nell'accezione vaga di "metodologia": che sia per la valutazione, o per la fornitura del 'prodotto didattica', qui poco importa.

Il metodo, da statuire come asse fondante dell'Università, per me è altro: è l'impegno organizzativo dell'Università a trasmettere ed attivare un rinnovato valore intrinseco della conoscenza che si può apprendere proprio (e primariamente) nella Università; una conoscenza che, per essere tale, si deve riorganizzare nelle attività che si fanno entro l'"Universitas Studiorum", e che si deve concretizzare nel rendere chiaro a chi entra nell'Università tanto l'esistenza di diversi ambiti del sapere (per carità, non ambiti 'disciplinari'!), quanto la consapevolezza di potere scegliere uno o alcuni di questi, senza eccessivi condizionamenti che, dalla famiglia all'industria, inficino o limitino le decisioni del percorso da fare nella Università. Dopo la scelta, il metodo dell'Università impegna il discente e il docente, nonché il personale tecnico-amministrativo in un rapporto serio, continuativo e coordinato per promuovere la validità degli strumenti di conoscenza che si formano nell'Università.

Statuire il metodo alla base di tutta l'esperienza Universitaria è statuire che l'Università può e deve garantire un plus valore che fuori da essa è difficile apprendere o ri-conoscere. Nel metodo si salvaguarda l'esposizione del vero, si invoglia e induce la mente all'analisi critica. Si fa presente che i contenuti sono sì importanti, ma il tessuto di relazioni tra questi lo è ancora di più.

Non solo. Il metodo è "anche" ciò che si premette ad uno scopo da raggiungere. Il mio scopo è una Università che sia ri-nomata, che possa guardare fiera le altre Istituzioni, che voglia impegnarsi nell'evitare gli sprechi, nello sfiduciare altre pseudo-istituzioni del sapere che sanno di vino annacquato (quali il CEPU), senza venire a compromessi con esse, senza farle infiltrare nella vita del discente; una Università che sia rigorosa nella scelta di che cosa insegnare e ricercare (non si può insegnare tutto e fare ricerca su tutto ad alti livelli!) e rigorosa nel perseguirlo, con la solenne promessa che chi si impegna a riconoscere e si fa partecipe del metodo adottato avrà per ricompensa un "nuovo" riconoscimento, magari anche monetario (perché non dovrebbe essere così!), ma più di tutto "sociale".

Dovessi riscrivere lo Statuto, tra le Finalità Istituzionali inserirei la voce "Farsi portatore del metodo come forma prima di apprendimento e conoscenza, nei campi del sapere e del vivere sociale, per la reputazione di tutti coloro che vivono l'Università".


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