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L'Università a 5 stelle

Vittorio Bertola Candidato Sindaco

Vittorio Bertola
Candidato Sindaco Torino

I due Atenei torinesi sono certamente uno dei migliori patrimoni della città, e uno dei più importanti per il suo futuro. La strada per rilanciare Torino passa per la sua vitalità culturale, economica e scientifica, e per la sua capacità di attirare e mantenere in città i migliori talenti da tutto il mondo, in modo che creino ricchezza (in senso lato) e costruiscano qui il futuro.

Per fare questo è necessario un investimento in servizi di sostegno (diritto allo studio, casa, trasporti, vivibilità per i giovani) e di creazione di opportunità (sostegno alle giovani imprese, microcredito personale, promozione dell'innovazione, incrocio tra domanda e offerta di prestazioni, stabilità del lavoro). Ma è necessario soprattutto "stappare" le energie di questa città, troppo spesso represse sotto un piccolo gruppo di famiglie, salotti e interessi economici, che esprimono una classe dirigente sempre meno moderna e che bloccano la mobilità sociale. Serve un rinnovamento non solo generazionale (se no basterebbero i "figli di") ma anche di mentalità e di cultura, basato sulla meritocrazia; serve che i giovani brillanti possano subito accedere a posizioni di responsabilità - nelle aziende, nella politica, nell'università - senza perdere i loro anni migliori a portare borse.

In senso più generale, i problemi dell’Università in Italia si possono riassumere in due grosse categorie: mancanza di investimenti e mancanza di meritocrazia.

Gli investimenti nell’università e nella ricerca scientifica da noi sono storicamente bassi, contrariamente ad altre nazioni europee (ad esempio la Germania) dove, intelligentemente, si è tagliato su tutta la spesa pubblica ma non su questo settore, che è vitale per la modernità sia della nostra cultura che della nostra economia. Mancano fondi per la ricerca un po’ in tutto - laboratori, progetti, attrezzature, viaggi, biblioteche, abbonamenti alle riviste, gli stessi stipendi - e il risultato è che le nostre università non sono competitive e, se producono risultati di rilievo grazie alle numerose eccellenze individuali, lo fanno nonostante l’organizzazione delle università e non grazie ad essa; e chi vuole fare ricerca in Italia è condannato al precariato fino ad età avanzata.

Mancano fondi anche per la didattica e il diritto allo studio, e talvolta si assiste a fenomeni di “solidarietà inversa” per cui i ricchi pagano tasse universitarie ridotte grazie ai fondi presi anche dalle tasse degli operai, che però non possono mandare i figli agli studi universitari perché manca un sostegno a tutti gli altri costi.

Il fatto che gli Atenei debbano aprirsi al mondo dell’industria e aumentare i ricavi da commesse esterne, che pure è sacrosanto, non può diventare una foglia di fico per tagliare fondi e servizi all’infinito, né per eliminare completamente ciò che non genera ricavi a breve, un’ottica che è contraria allo spirito stesso della ricerca scientifica. E’ giusto aumentare l’efficienza eliminando sprechi e doppioni, ma senza confondere un lavoro creativo e concettuale con una catena di montaggio per produrre diplomi di scarso interesse (magari moltiplicati per aumentare le cattedre) e di scarso contenuto.

Il problema più grave, però, secondo me è la mancanza di meritocrazia; l’organizzazione per baronie, il nepotismo, il fatto che per quasi tutti i concorsi i vincitori siano già noti in anticipo, i giovani brillanti la cui carriera viene azzoppata per non mettere in pericolo il mediocre di turno. Anche se le situazioni variano da Ateneo ad Ateneo e da caso a caso, questi fenomeni sono molto diffusi ed evidenti.

L’Europa e gli Stati Uniti sono pieni di giovani cervelli italiani fuggiti all’estero non solo perché le attrezzature, i fondi e la stabilità del lavoro da noi scarseggiano, ma soprattutto per non dover subire l’umiliazione di farsi superare dai raccomandati, oppure di accettare il sistema. E’ vero che la cooptazione è da sempre il metodo di selezione adottato dall’accademia, ma in Italia questo sistema è degenerato in pratiche clientelari che vengono ormai date per scontate; e anche quando si cambiano le regole per affrontare il problema, viene subito trovato il modo di aggirarle, perché il problema è la testa di chi controlla gli Atenei, prima ancora che le regole. Alla fine chi vuole affrontare per passione la carriera universitaria si trova inevitabilmente davanti al bivio tra chinare la testa e adeguarsi al sistema, oppure emigrare; con il rischio che, emigrati i migliori, nelle nostre università spadroneggino quelli che non sono lì per merito.

Anche nell’Università, come nella politica e nell’industria, è dunque necessario un rinnovamento della classe dirigente e delle pratiche quotidiane, che liberi le energie represse di chi ora è costretto a subire, di chi ha nuove idee e una visione moderna, meritocratica e internazionale.


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